La mia prima volta a Barcellona ero una bambina e ci sono tornata che gli occhi della bambina ormai avevano qualche zampa di gallina.

Ci ero andata in estate e ci sono tornata in inverno, un inverno che sono decollata da Torino sospesa in una nebbia di brina e atterrata al sole.

L’aeroporto di El Prat è il secondo scalo per traffico aereo in Spagna ed è immenso e ben collegato con la città da un bus navetta. Ci sali e cominci subito un po’ a preoccuparti per via dell’avviso in loop che ricorda ai passeggeri, di tenere d’occhio il proprio bagaglio. Turismo di massa e delinquenza sono all’ordine del giorno in ogni grande città. Basta stare un po’ in guardia per evitare di farsi rovinare la vacanza.

Il modo migliore per godere di una città è dividerla con chi la conosce bene, perché le pesanti guide per turisti prima o poi te la scordi nella tua stanza d’albergo.
A Plaça de Catalunya mi attende la mia guida in carne ed ossa e mi porta a mangiare che ho già fame.

La Champagneria ossia la Xampanyeria Can Paixano è un piccolo locale, in realtà un magazzino, senza troppi fronzoli assolutamente non adatto a vegani, che qui rischiano di morire di fame.
Se non sai dov’è, fai un po’ di fatica a trovarla tra i quartieri del Born, il Porto e la Barceloneta e chiude pure presto la sera. Se la trovi però non ti devi far sfuggire l’occasione d’entrare.

La Champagneria Can Paixano

Aperta nel 1969 produce differenti tipi di Cava: lo spumante catalano, detto anche Spanish Champagne.
Curiosa storia la sua, perché la distruzione dei vigneti francesi (e piemontesi) a causa della fillossera nella seconda metà del 1800 ne determinò il successo. Importata dagli Stati Uniti, la bestiaccia schifosa divorò letteralmente ettari di vigna e fece la fortuna dei vini e derivati d’importazione.
Alla Champagneria i prezzi sono bassi e per buttar giù un paio di bicchieri di Cava Rosat, ci vuole un panino con la butifarra, una gustosa salsiccia che rende gaudenti di essere all’apice della catena alimentare.

Barcellona è bella ma piena di turisti da scoppiare, soprattutto oggi che mancano due giorni a capodanno.
Il turismo di massa è una ricchezza per le casse dello Stato, ma una vera rottura di palle per i residenti al punto che negli anni sono state tentate diverse strade per regolamentarlo. La gentrificazione ha colpito durissimo pure qui, trasformando interi quartieri popolari in villaggi vacanze.
Ci allontaniamo dal caos senza uscire dal centro e ci dirigiamo all’Antic Teatre dove prendiamo un aperitivo seduti nella sua terrazza interno cortile. Punto di riferimento di cultura e bella gente, è una piccola oasi dall’aria volutamente un po’ trasandata e che ti fa sentire subito a casa.

Altro giorno, altro giro di giostra e il quartiere di Barcellona che ci andrei a vivere pure domani: Gràcia.

Bellissima Gràcia con le sue stradine e le piazzette ombreggiate, le botteghe dei creativi e un’aria da paesino come se il caos delle Ramblas fosse talmente altrove che lo puoi dimenticare. Me ne sono subito innamorata, ma qui per comprarci un alloggio ti deve schiattare la prozia milionaria e pure tutti i cuginetti, che se dividi i soldi non bastano.

Torniamo alla Barceloneta che oggi è il gran giorno de La Cova Fumada, tapas bar per eccellenza dove si spende poco e si mangia una bomba in senso letterale perché la tapa più richiesta porta questo nome.

La bombeta Cova Fumada

Beviamo vermout e mangiamo carciofi fritti e calamari. Pane arrostito e pomodoro e poi lei: la bombeta, che pare la cucini ancora la mamma del proprietario. Tutto questo in un’atmosfera conviviale che scalda il cuore e fa venir voglia di tornare. Esco e vado a camminare sul lungo mare. Compro un grosso telo da un ambulante e mi sdraio sulla spiaggia.
Penso alla mia gelida Torino e che non ho voglia di tornare, che Barcellona la bella è senza inverno pure a Natale.

Sono la Principessa Astronauta e Barcellona l’ho vista con gli occhi di bambina, che le guglie della Sagrada Familia ho creduto fossero fatte di sabbia. Ci sono poi tornata da adulta ancora prigioniera di quell’incanto.

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