Viaggiare mette fame di assaggiare quel che offre la città dove sei arrivato, ed io sono arrivata qui già affamata.

Negli anni ’80 Amsterdam era con Londra e Berlino, una delle mete più desiderabili per noi dispesi della
X Generation. Queste città ci pareva riflettessero le nostre anime, appiccicandoci come colla da sballo al nostro sogno di libertà. Sarebbe un falso storico dire che ad Amsterdam non ci si andava soprattutto per sfondarsi di sostanze stupefacenti, nell’errata percezione del “lì faccio un po’ come cazzo mi pare” almeno fino alla prossima manganellata da un biondo poliziotto.

Ci sono andata la prima volta che avrò avuto 18 anni e ci sono andata per visitare musei e mangiare da schifo perché, soldi in tasca ne avevo davvero pochi. Niente droga.

La seconda volta ci sono andata che avrò avuto 22 anni per girarla in bicicletta, quindi nemmeno quella volta mi ero drogata che a vedere la Dea Cannone che mi invita a buttarmi con la bici in un canale per raggiungere uno stadio di coscienza superiore, è un attimo.
Avevo pedalato e viaggiato in barca a vela fino le isole Frisone per vedere le foche e cagarmi sotto per il mare in tempesta. Avevo mangiato poco e male, a parte una sera che il capitano olandese preparò una cena thai da leccarsi i baffi fino alle orecchie.
Me lo ricordo bene il capitano: un omone che gli anni e il mare avevano solcato la pelle, una specie di Capitan Findus che raccontava barzellette porche in inglese e che per fortuna non cucinava i famosi bastoncini croccanti fuori mollicci dentro.

La terza volta ci sono tornata pochi mesi fa. Fine febbraio, poche settimane prima del lockdown causa Covid19, rischiando pure di restarci fino a che la Farnesina si fosse ricordata che pago le tasse in Italia e mi avesse rimpatriata su un volo dell’Areonautica Militare.
Ci sono andata da Berlino con il treno, che avevo bisogno di recuperare la lentezza del mondo.

Arrivare in un posto da altri posti senza lo shock di scendere la scaletta di un aereo e trovarti altrove che ancora non ti sei scordato dov’eri 2 ore fa, è tutta un’altra cosa.

Bella Amsterdam, con i suoi palazzi con le finestre senza tende che ci puoi sbirciare la vita degli altri come al cinema. Ho sempre creduto fosse perché non gli importa se qualcuno si invita in casa loro con lo sguardo.
La spiegazione più romantica è che sia retaggio della cultura calvinista: se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere.

Mi piace questa spiegazione, piace a me che sono torinese e le persiane da noi si chiamano “gelosie”, nome che è già tutto un programma di nascondere al mondo il bello che possiedi e il brutto che rinneghi.

Piove ad Amsterdam, piove acqua del Nord Europa che ti arriva addosso che sembrano spilli a bucarti la faccia.
Piove e il vento gonfia i cappotti da sembrare mongolfiere che prendono il volo.
Piove a raffiche di vento e immediatamente capisci perché gli olandesi non hanno ombrelli, che tanto il vento glieli sradicherebbe come alberi dalle mani in un giorno di uragani.

Il mio hotel è relativamente vicino alla stazione ed è totalmente orrendo ad un prezzo inaccettabile per un posto come questo. Avevo letto recensioni positive, che evidentemente devono essersi scritti da soli, e mi monta la rabbia ma non è mia abitudine prendermela con gli incolpevoli impiegati alla reception.

Un antico proverbio recita: torinese falso e cortese.

Sono torinese, il tuo hotel fa schifo e la mia educazione sabauda ti evita la scenata ma, non mi vedi mai più. Non mi piace scrivere recensioni negative, però far pipì sulla moquette come i gatti manifestano il loro dissenso mi pareva un pò eccessivo, quindi ho scritto una pacata recensione negativa.
Il mio hotel fa schifo e alla prenotazione ho voluto allargarmi e ho pagato pure l’extra per la colazione, colazione perfettamente in linea con l’hotel.
Prima mattina ci sono le uova, seconda mattina scomparse le uova, terza mattina arrivano in chiusura le uova, ma io devo andare o perdo il treno.
Ognuno ha il suo karma, io non ho le uova, però a colazione c’è del formaggio e io mi ci incrosterei tutte le arterie, ma poi penso che vorrei campare sana ancora qualche anno.

Esco che Amsterdam 30 anni dopo me la voglio proprio godere come se fosse tutta nuova, anche se nuovo non sempre fa rima con che bello. Me la ricordavo diversa, me la ricordavo di proprietà dei suoi abitanti e invece le sue strade sono piene di turisti anche oggi che è fine febbraio.

Amsterdam me la ricordavo trasgressiva e me la ritrovo piena di negozi di souvenir made in China e posti di ristorazione che offrono junk food da asporto tutto uguale.

Mi piglia un po’ di sconforto e le patatine con la salsa di arachidi le mangio in un posto anonimo, che potrebbe essere un posto qualunque nel mondo.
Piove che sembra quasi voglia nevicare. Con il mio compagno di viaggio, ci infiliamo in un kebabbaro. Accanto a noi si siede una coppia di turisti mediorientali. Lui è gentile e ci saluta cordialmente, lei indossa una minigonna e sandali aperti senza calze che forse credeva che Amsterdam fosse in provincia di Ibiza.
Lei sbuffa e non saluta ed io solo a guardarla mi viene freddo che quasi mi dimentico quanto è stronza.
Noi mangiamo le nostre patatine e lei continua a sbuffare, ma va bene che il suo fiato ricrea un po’ l’effetto bue e asinello che scalda.
Ci alziamo e salutiamo il turista mediorientale che calorosamente ricambia, lei sbuffa.

Le patatine fritte con salsa di arachidi pare siano il contributo olandese alla gastronomia mondiale e vi assicuro che non sono niente male, magari non dal kebabbaro ma quelle di Manneken Pis con 24 tipi di salse a scelta sono una bomba da provare. Occhio solo al size: large è davvero tanto che persino in due si finisce per sprecare e mi viene in mente mio padre che, quando avanzavo nel piatto qualcosa che non volevo mangiare, mi ricordava quanti bambini al mondo ogni giorno muoiono di fame.

Olanda uguale patatine fritte e formaggio con le sue attraenti botteghe per turisti piene di forme di Gouda.
Olanda uguale patatine, formaggio e fiscal dumping, che ha fatto lievitare i prezzi delle abitazioni in città ed obbligato a sfollare le classi meno abbienti in periferia.
Non fosse bastata la gentrificazione, il turismo d’assalto all’arma bianca, il centro città trasformato in uno dei più grandi Airbnb d’Europa adesso arriva pure la Brexit, così tante multinazionali migreranno le loro sedi legali nel paese dei mulini a vento provocando un ulteriore rialzo dei prezzi.
Me lo racconta l’amica spagnola del mio compagno di viaggio. Mi dice che dovrà cambiare casa o forse sarebbe meglio tornarci a casa, a casa in Spagna.

Ci raggiunge al Sound Garden, locale storico della controcultura, informale, adatto a chiunque non viva perennemente con un palo piantato nell’ultimo tratto intestinale. Mi piace molto questo posto rude con i ritratti giganti degli eroi del Rock in tutte le sue forme.
Ci sono Nina Hagen e il Duca Bianco Sir David Bowie e poi Blondie e un flipper degli Iron Maiden dove il mio amico mi umilia con un 5 a 2, ma non ci riesco ad odiarlo perché mi ha portata in un posto fighissimo, dove trasmettono pure la musica che piace a me.
Ordiniamo tre birre ad una cifra molto più che accettabile in una città dove tutto mi pare carissimo.
L’amica spagnola è un’importatrice di scarpe e già solo per questo motivo qualsiasi donna le intitolerebbe una via. Se aggiungiamo che è simpatica e brillante, ci scappa pure il monumento in piazza.
Mi racconta che la crisi economica c’è anche in Olanda e che la grande distribuzione e l’e-commerce, hanno falcidiato i negozi di scarpe.
Ci salutiamo, ad aprile si sposa con il suo compagno e non posso che augurarle il meglio, perché è una persona bella. Prima di andare, ci consiglia un posto dove cenare senza farci spennare: ristorante Hinata dove fanno un ottimo ramen.

Camminiamo lungo canali che sembrano tutti uguali, forse stiamo girando in tondo ma non fa niente perché, il bello del viaggio sta anche nel perdersi.
Perdere la strada e cercarne una nuova, perdere se stessi altrove per ritrovarsi e ricominciare.

Il ramen è uno dei miei piatti preferiti, perché dentro ci può stare praticamente tutto quello che l’alimentazione umana prevede. Per la cultura giapponese, il ramen è il cibo dell’anima.
Nel 2005 venne addirittura portato nello spazio dall’astronauta giapponese Soichi Nagouchi a bordo dello Space Shuttle Discovery, quindi come potrebbe la vostra Principessa Astronauta non amarlo?
Vegano con il tofu o tradizionale con carne e uova, brodo di miso, alghe e zenzero, comunque e ovunque mi piace tanto.
Paghiamo il giusto, forse anche un po’ meno del giusto per questa delizia e torniamo senza perderci che il mio amico Amsterdam la conosce bene, anche se nemmeno per lui è più la stessa.

La conosce bene Amsterdam, anche se questa città negli anni è cambiata.
Al posto dello squat davanti al canale dove abitava, adesso c’è un condominio.
Ha voluto vederlo con i suoi occhi, ci è voluto tornare, fa il duro ma la nostalgia gliela leggo scritta in faccia.
C’è ancora il supermercato dove andava a fare la spesa, compriamo qualcosa perché non ci vuole Freud per capire che lui ha voglia di entrare.
Usciamo con una bottiglia d’acqua e dei waffel al caramello o meglio Stroopwafel, altro mirabile contributo olandese alla gastronomia mondiale, e ci sediamo in una caffetteria piena di ragazzi che studiano sui loro Mac.
Lui prende solo un caffè ma, io ho fame ed ordino un avocado toast che mi viene servito con hummus e semi di zucca.
Accetta di dividerlo con me, perché la malinconia è un boccone difficile da ingoiare a stomaco vuoto.
Ordino un brownie con noci pecan e cioccolato, che acconsente ad assaggiare, perché lo zucchero addolcisca l’amaro.

La nostalgia è un eccesso alimentare: se la dividi a metà fa meno male.

Amsterdam è bella, ma della trasgressione io non ho più trovato traccia se non nei ciclisti che passano con il rosso e un vento perenne che ti spella la faccia.

Il mio viaggio continua che ho ancora fame. Vi aspetto davanti al baracchino delle aringhe, alla prossima puntata.

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