Inizialmente ci siamo detti che questo stramaledetto virus, ci avrebbe cambiati in meglio.
In meglio anche perché peggio di quello che abbiamo fatto al nostro pianeta, non avremmo potuto fare.

Siamo per la Terra come certi fidanzati che ti gonfiano a sberle, ma poi tornano con un mazzo di rose a dirti t’amo.
Le rose sfioriscono, ma le sberle bruciano per giorni e i lividi non spariscono in fretta se non li curi.
Le rose sono un cerotto, cambiare fidanzato è la medicina.
Il virus siamo noi è già stato detto e io ci credo, perché comunque paragonati all’immensità, questo siamo.
Eppure, proprio come un microscopico virus, possiamo provocare un danno mortale.

Courtesy Michele Barox 

L’era geologica che viviamo è detta Antropocene, che deriva dal greco Anthropos ossia uomo unito al suffisso cene anche lui dal greco kainos che significa nuovo, recente.

Antropocene: l’Età dell’Uomo.

16 luglio 1945, Almogordo New Mexico, deserto Jornada del Muerto, ore 5:29, viene eseguito il primo test atomico.
Una bomba al plutonio, nome in codice The Gadget, nome che la fa assomigliare più ad un portachiavi che ad un ordigno di distruzione di massa, viene fatta detonare nel deserto.
Questa esplosione segna simbolicamente la fine dell’Olocene e l’ingresso nell’Antropocene, perché adesso è l’uomo ad incidere massivamente sul destino del pianeta purtroppo. Semplificando molto ma davvero tanto, gli isotopi prodotti dalla bomba atomica non esistono in natura e così l’esplosione contaminando terreno e rocce, indica da quel momento l’inizio dell’intervento dell’uomo sulla Terra.
Alcuni isotopi entrano a far parte delle rocce sedimentarie, segnando il nostro passaggio anche quando noi non la abiteremo più.

Gli anni ’50 sono stati il calcio d’inizio della partita Specie Umana vs Pianeta Terra e noi giochiamo falloso.

Lei è grande ma noi siamo tanti, circa 7,7 miliardi e abbiamo fame, anche se tanti vanno ancora a letto senza cena e troppi non faranno neanche colazione.
Stime ONU indicano un aumento della popolazione mondiale tra 30 anni di circa 1 miliardo di individui, con una esplosione demografica in Africa senza precedenti.
Non tutti i demografi però sono d’accordo. Oggi nei paesi industrializzati, il tasso di fecondità delle donne è inferiore al tasso di rimpiazzo (1,2 bambini per donna), in declino dal 1970.
Il cervello delle donne è stato ridefinito come facente parte degli organi riproduttivi, perché ad oggi noi donne siamo più istruite, abbiamo accesso a più informazioni e decidiamo per noi stesse.
Semplificando davvero tanto, non siamo più disponibili ad esser considerate solo come fattrici, ma a ragione pretendiamo di essere parte attiva di ogni umano processo.
Il 55% della popolazione mondiale vive in città, il che significa che le nuove braccia per l’agricoltura si sono trasformate in nuove bocche da sfamare, e noi donne questo l’abbiamo subito recepito.
Siamo pronte, siamo sempre state pronte e ci siamo adattate anche a questo cambiamento, attraverso lotte per l’autodeterminazione ed il diritto sacrosanto alla parità di genere.

Gira gira siamo sempre noi donne ad avere sulle spalle il destino del mondo.
I demografi dissidenti, computano una crescita inferiore alle stime ONU anche per l’Africa ed il Kenya ne è un virtuoso esempio, con il passaggio del tasso di fecondità del 8 nel 1960 al 3,4 attuale.
L’urbanizzazione della popolazione e soprattutto i nuovi livelli di istruzione ed emancipazione femminile, potrebbero fermare questa bomba demografica in un continente povero e fagocitato da sempre da interessi lontani.

Michele Barox
Courtesy Michele Barox

Resta il fatto che noi umani siamo diventati tanti e abbiamo smesso troppo in fretta di ringraziare il pianeta per quello che ci metteva in tavola, anzi, su quella tavola ci abbiamo pure battuto i pugni chiedendo sempre di più.

Per farla breve, abbiamo morso la mano che ci nutre e adesso quella mano sanguina.

Abbiamo sacrificato sull’altare dell’economia globale, la biodiversità che da sempre governa il nostro ecosistema.
La biodiversità ossia quel complesso meccanismo di interazione tra animali, piante, funghi, organismi e microrganismi, che creano le condizioni per la vita sulla Terra. 

Le monocolture così come gli allevamenti intensivi, lo sfruttamento del suolo e degli oceani hanno sacrificato ad oggi una quota spaventosa del pianeta. Noi umani occupiamo una parte stimata nel 75% dell’ambiente terrestre ed il 66% dell’ambiente marino. Metà della superficie terrestre è agricola e ben il 77% di questa sono pascoli per il bestiame. Abbiamo disboscato, inquinato, riscaldato il pianeta fino a farlo sudare fiamme e piangere uragani. Abbiamo azzerato animali pacifici e pure quelli che ci azzannerebbero le natiche molto volentieri, per farci pascolare le mandrie che inquinano con le loro deiezioni più degli aerei.

Sapevate che entro il 2030 se non cambia qualcosa, la quantità di letame prodotto dagli allevamenti intensivi di bestiame potrebbe arrivare a 5 miliardi di tonnellate l’anno?

E cosa facciamo?
Mettiamo alle mucche un tappo al culo? Non si può, ma soprattutto come la smaltiamo tutta ‘sta cacca? Tanto per capirci non è che dal letame nascano sempre solo fiori, ma nasce inquinamento atmosferico e dei terreni. Il metano che produce è il più potente dei gas serra ed i liquami raccolti in enormi vasche di decantazione, penetrano nel terreno e poi giù fino alle falde acquifere inquinandole spesso in maniera irreversibile.

Le soluzioni ci sarebbero ma non sono per niente facili e soprattutto, per nulla economiche.
In realtà, almeno in questo caso, una soluzione super semplice ci sarebbe: limitare il consumo di proteine animali, come quando ero bambina.

Bambina con la dispensa di mamma sempre ben rifornita si intende, ma la carne era comunque una pietanza da festa. Mai più di una volta al giorno, mai più di tre volte a settimana.

Oggi sui pacchi di biscotti i produttori hanno scritto orgogliosamente “Senza olio di palma”, che poi avevamo tutti capito che l’olio di palma facesse venire il mal di pancia ma non è proprio così altrimenti sarebbe vietato.
Fa male sì, fa male al pianeta e quindi a noi tutti.
La sua monocoltura porta ad un disboscamento massivo, che ha avuto come conseguenza la distruzione dell’habitat naturale di molte specie animali che si sono così spinte oltre.

Oltre: distruggiamo il loro habitat naturale e molte specie animali si spingono oltre, ossia più vicine a noi umani.
I loro virus fanno il salto di specie e adesso i malati siamo noi.

La produzione di olio di palma contribuisce in maniera significativa al PIL dell’Indonesia e, senti un po’, spesso i proprietari delle piantagioni sono politici. Voi direte che porta ricchezza anche al popolo e invece no, ha solo creato nuovi schiavi.

E io che ci posso fare? Non posso evitare tutti i prodotti a base di olio di palma, c’è pure nei cosmetici!
Vorrete mica che rinunci alla crema antirughe che mi conserva meglio della mummia della bellissima regina Nefertari?
Sì, lo so che sono state rinvenute solo le gambe, però erano super sexy.
No, non ci penso proprio ad invecchiare male, però dei cosmetici posso moderarne l’uso e soprattutto, posso scegliere consapevolmente il prodotto più ecosostenibile, con un packaging meno ingombrante. Meno aggressivo per il mio corpo e per l’ambiente

Qualcuno negherà, dirà che tutti gli ecosistemi sono in grado di adattarsi in qualche modo e magari in parte è così.

Eppure sfruttando allo sfinimento il pianeta, ci stiamo preparando la strada verso la sesta grande estinzione di massa e questo non lo dico io ma gli scienziati.
Io mi limito a farmi delle domande e a farmi venire l’ansia.

Mi faccio venire l’ansia anche se non vedrò la fine della mia specie, anche se non ho potuto avere un figlio al quale lasciare il mio mondo.
Faccio quello che posso, forse non abbastanza ma faccio la raccolta differenziata da sempre, chiudo l’acqua mentre mi lavo i denti o mi insapono sotto la doccia, uso l’aceto al posto dell’ammorbidente e tante altre piccolezze che poi piccolezze se tutti lo facessero non sarebbero.

Faccio la mia parte, faccio quello che ritengo giusto perché sul pianeta Terra io ci vivo in affitto, non ne ho comprato un lotto. Non è mio e, spero più poi che prima, lo dovrò lasciare a nuovi inquilini.
In ogni casa che ho abitato, che fosse di proprietà o in locazione, ho trattato i muri e i pavimenti, il parquet in legno, i rubinetti dai quali sgorgava acqua e i vetri delle finestre dai quali filtrava la luce del sole, con cura perché era casa mia ma non per sempre.
Ho vissuto e vivo quelle case nella consapevolezza che, quei muri mi sarebbero sopravvissuti.

La Terra è casa nostra, non per sempre però e dobbiamo trattarla con rispetto per chi ci traslocherà dopo di noi.

Che il virus siamo noi è già stato detto. Che di tutto questo dolore è solo nostra la colpa, forse non è stato detto abbastanza forte da farci sentire mentre il pianeta urlava.

Non basterà nasconderci dietro una mascherina o una lastra in plexiglas per scansare la vergogna.
Se davvero amiamo l’umanità è arrivato il momento di metterci in ginocchio davanti alla Terra, chiederle perdono e ricominciare con lei da dove abbiamo sbagliato.

Time is running out…

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