Torino, 9 Marzo 2020 a poche ore all’annuncio del lockdown a causa dell’epidemia di Covid19. 

Ci sono troppi morti, i posti in rianimazione non bastano più: bisogna chiudere.

Una visita medica specialistica e chiamo per disdire, chiamo due volte che preferirei non doverci andare.
La segretaria del mio medico mi ricorda che è “rilevante” per la mia salute e sarebbe meglio non rimandare. Prima dico no e poi richiamo e dico sì anche se ho paura in mezzo a gente che ha paura quanto me.

Gente in mezzo a me che di me ha paura quanto io di loro.

Attraverso a piedi una Torino spettrale, sù dal quartiere Vanchiglia fino al fondo di via Sacchi dove c’è la stazione anche se di treni non ce ne sono praticamente più.
Cammino piano che ascolto il silenzio che non sentivo da tanto.

Non avessi addosso il cappotto sembrerebbe agosto, ma un agosto senza foglie sui rami degli alberi non si è visto mai.

Il centro medico mi accoglie in un triage dove mi fanno domande sui miei spostamenti negli ultimi 14 giorni.

Berlino, Amsterdam e poi Berlino ancora e una settimana fa sono tornata a Torino.
Aereo e treno, rispondo e la metro e posti affollati, una festa della Berlinale, l’inaugurazione di una mostra dove ho lavorato.
Se vicino a me qualcuno tossiva?
All’andata sul volo EasyJet la ragazza accanto a me dormiva, non lo so ma credo di no.
Sul treno per Amsterdam no, sul volo di ritorno da Berlino ero seduta io sola nella mia fila.
Credo di no, non lo so ma una signora si è sentita male durante il viaggio, forse era solo panico.
Sì, ho dormito con qualcuno.
Ma che importanza ha?
A Berlino ho avuto la tosse che poi non riuscivo più a smettere e quasi mi dimenticavo di respirare.
Non gli importa perché è passato quasi un mese.
Sì, io sto bene.
L’operatore mi rilascia un cartellino verde, posso salire dal mio medico. Il cartellino verde però me lo devo tenere in tasca. Se sto male lo devo avere con me perché magari ho mentito o solo perché i sanitari possano capire se è successo e soprattutto quando.

Faccio la mia visita medica rilevante e torno nella mia Torino deserta.
Salgo verso i Giardini Reali attraverso via Lagrange con i negozi del lusso con le serrande abbassate. Indossare scarpe di Prada non salverà nessuno, almeno non oggi.
Mi fermo davanti al portone del Museo Egizio. Non lo avevo mai visto chiuso. Il portone forse proprio non l’avevo visto mai.
In piazza Carignano tre ragazzini giocano a pallone. Prendono a calci un pallone di cuoio nel salotto buono della mia Torino reale, sembra tutto irreale.
Mi viene da piangere, da piangere lacrime vietate anche quelle, che bisogna andare avanti.
Torno a casa, i locali della movida nel mio quartiere hanno chiuso e un cartello dice che non sanno quando riapriranno. Gli studenti fuori sede se ne sono andati.

Torno a casa, mi organizzo su cosa fare che, vabbè che sono una solitaria ma stasera la solitudine è un macigno che schiaccia. Soffoca il cuore, perché stavolta non me la posso scegliere e io decido per me da sempre.
Leggo, scrivo, cucino, c’è il mio blog da avviare, organizzo quel che nessuno lockdown mi potrà mai strappare. Eppure l’angoscia mi assale.
Ho paura, che il mondo all’improvviso non è più quello sapevo a memoria.
Ho paura, perché questa vita io la so a memoria e non me la potete cambiare adesso.
Ho paura perché mi accorgo di rimpiangere anche la merda di quel mondo che adesso manca.
Ho paura ma è l’ultima occasione per cambiare strada.

Questa è la nostra ultima occasione per resettare tutto e ricominciare da dove abbiamo sbagliato. Ci dobbiamo almeno provare. 

Il Presidente del Consiglio parla alla nazione: dice che è una guerra, che la vinceremo e torneremo a riabbracciarci.
Dice che andrà tutto bene, ma intanto il Covid19 ha ridotto un intero pianeta al mio bilocale.
Le pareti si stringono, faccio fatica a respirare.
Vorrei uscire, ma dove che da stasera nessuno ha più un posto dove andare?

Esco sul balcone, guardo la Mole Antonelliana diafana in una luce senza sangue

         Domani è l’inizio della fine del mondo.

Domani è l’inizio del nuovo mondo.

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